UNA COSA ENORME

uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli

Quando il soprannaturale entra in un essere che non ha sufficiente amore per riceverlo diventa un male.

Simon Weil

Ognuno di noi nella sua vita ha un punto conficcato come un palo nel terreno al quale lo lega un elastico. Cerca d’allontanarsi; al prezzo di sforzi sovrumani avanza nel corso dei giorni, dei mesi degli anni. Ma più si discosta dal palo, più l’elastico si tende e lo trattiene. E quanta più strada farà, tanto più violento sarà il rinculo quando il palo lo richiamerà a sé, forte della sua stessa forza: poiché la potenza dell’elastico l’avrà alimentata egli stesso, un passo dopo l’altro, fino al momento che, esausto, sarà stato costretto a fermarsi.

Le dinamiche dell’abbandono

IL PROGETTO

Le domande intorno alle quali m’interrogo in relazione a questo spettacolo sono: “perché ho così tanta paura di mettere al mondo un figlio?”, “perché ho così tanta paura di dire che non voglio mettere al mondo un figlio?” e soprattutto “voglio essere madre oppure posso non esserlo?”.

Orna Donath è una ricercatrice israeliana che nel libro, Regretting Motherhood, ha raccolto storie in forma anonima di madri pentite. Portano dentro di sé un segreto inconfessabile, una sensazione di colpa, frustrazione, vergogna, rimpianto. Non vorrebbero essere mai diventate madri. Sanno che se confidassero il loro sentimento la società le umilierebbe. Charlotte, madre di due figli, uno tra i 10 e i 15 e uno tra i 15 e i 20 anni dice: “Vede è complicato, perché mi pento di essere una madre, ma non mi pento di loro, di chi sono, della loro personalità. Io queste persone le amo. Sono pentita di avere avuto dei figli e di essere diventata mamma, però amo i miei figli. Ecco, sì, è una cosa che no si può spiegare. Perché se fossi pentita allora vorrei che non esistessero. Ma io mica vorrei che non esistessero, semplicemente non vorrei essere madre.”

Sheila Heti nel suo diario intimo Maternità si pone la domanda “dovrei fare un figlio?” e in un gioco feroce di autoanalisi e messa in discussione di sé cerca di ponderare la scelta fino ad arrivare a una frase che ha illuminato la mia ricerca artistica ”se voglio figli o meno è un segreto che nascondo a me stessa: è il più grande segreto che nascondo a me stessa”.

Gli sguardi e i dubbi di queste autrici, le voci e le storie delle donne e degli uomini che ho intervistato nel corso dell’ultimo anno hanno messo in crisi e alimentato la mia ricerca e sono diventate cuore pulsante dello spettacolo. Questo perché alle basi della storia della maternità c’è un fatto apparentemente semplice: tutti gli esseri umani di questo pianeta sono stati partoriti da una femmina ma nessuna donna femmina è nata madre.

LE NOTE

In scena una donna con una pancia enorme. La pancia parte da sotto il seno e arriva fino ai piedi. Dalla veste che indossa fuoriesce una corda. La corda è tesa ed è legata a un palo posizionato a destra sul fondo della scena. Il palo è stato conficcato a forza in un grande vaso. La corda è verdastra a causa di muschi e muffe.
La donna si è cucita la vagina con la corda, ha fatto un grande nodo scorsoio per chiudersi bene, ha poi legato la corda al grande palo e tira per mantenere il nodo ben stretto, per impedire al pargolo di venire al mondo. 

È incinta da un tempo indefinito e da un tempo infinito trattiene e ritarda l’evento. Sì lo trattiene, ma per vivere che cosa di altro?Siamo in uno spazio dell’anima, in uno spazio in cui l’anima gesticola e ci fa interrogare sulla nostra condizione di donne e uomini perennemente in bilico tra il voler essere genitori e il rimanere figli, ma anche su un’altra questione: nel momento in cui dai la vita a qualcuno lo stai più semplicemente condannando alla morte? 

Nel corso di questo processo artistico, come già avvenuto per il mio precedente lavoro La classe, ho capito la natura del progetto, il suo vero significato, nel momento in cui mi sono davvero messa in ascolto della materia che stavo indagando. Questo momento di scarto, di cambiamento, è avvenuto a marzo 2020 quando mio padre si è ammalato. A mio avviso, per l’essere umano che sono, ho fatto qualunque tipo di cosa enorme per mio padre. Ho disinfettato e sterilizzato qualunque oggetto alimento giornale elementi liquidi e solidi di ogni genere che ho introdotto in casa sua. Ho fatto file, ho chiamato dottori, ho interpellato luminari e letto oroscopi. Ho lavato mani, ho igienizzato, ho misurato pipì, ho nascosto mutande sporche e finto di trovarne di altre pulite nel cassetto, mi sono fatta bionda perché so che bionda gli piaccio di più, ho odorato materassi, sperato che morisse e ho imparato a non sentirmi in colpa per questo mio desiderio.

Lo spettacolo è dunque diventato un oggetto emotivo che s’interroga sulla paura e sul desiderio dell’abbandonare se stessi alla cura di un altro essere umano, che s’interroga su una questione che appartiene a ogni donna, alla sua condizione esistenziale – che sia madre o che non lo sia – e che ha a che fare con una domanda semplice ma per niente consolatoria: “forse, alla fine, si è madri comunque?” 

Ringrazio Sheila Heti, Orna Donath e tutte le donne e gli uomini che ho intervistato durante questo viaggio. Loro mi hanno dato la possibilità attraverso i loro racconti e le loro storie di fare luce su una materia per me così intima e incandescente.

Fabiana Iacozzilli

UNA COSA ENORME

uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli
con Marta Meneghetti, Roberto Montosi
scene Fiammetta Mandich
luci Luigi Biondi, Francesca Zerilli
suono Hubert Westkemper
realizzazione body suit Makinarium (special – visual – effects)
collaborazione ai costumi Davide Zanotti, Anna Coluccia
aiuto regia Francesco Meloni
assistente alla regia Cesare Santiago Del Beato
assistente alla drammaturgia Carola Fasana
fonico Jacopo Ruben Dell’Abate
foto di scena Manuela Giusto
foto locandina Paolo Cenciarelli                                                              collaborazione artistica Lorenzo Letizia, Luca Lotano, Ramona Nardò
un ringraziamento a Giorgio Testa 

un ringraziamento speciale a Beatrice Fedi, Olga Galieri, Paola Sambo, Luana Provenziani, Gaia Clotilde Chernetich, Gianmarco Vettori, le donne del progetto Dentro la visione, gli artisti che hanno partecipato al laboratorio Labirion, le donne e gli uomini che abbiamo intervistato.

produzione Cranpi, La Fabbrica dell’Attore-Teatro Vascello Centro di Produzione Teatrale, Fondazione Sipario Toscana-Centro di Produzione teatrale, Carrozzerie | n.o.t
con il contributo di Regione Lazio – Direzione Regionale Cultura e Politiche Giovanili – Area Spettacolo dal Vivo
con il sostegno di Teatro Biblioteca Quarticciolo, Periferie Artistiche Centro di Residenza Multidisciplinare della Regione Lazio, ATCL Circuito multidisciplinare della Regione Lazio per Spazio Rossellini
con il supporto di Nuovo Cinema Palazzo, Labirion Officine Trasversali

DEBUTTO: Biennale Teatro 2020

INFO

Cranpi
Antonino Pirillo mob + 39 347 8312141
Giorgio Andriani mob + 39 338 4349819,
email spettacoli@cranpi.com

GALLERIA FOTOGRAFICA

Fotografie di Manuela Giusto

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